mercoledì 22 maggio 2013

Er barbiere de la meluccia...

Quello del barbiere è un mestiere che tutti conoscono. Ma una volta il barbiere non era semplicemente colui che taglia barbe e capelli! In passato il barbiere era una sorta di medico ed effettuava anche piccoli interventi chirurgici. La sua bottega rappresentava un po' il pronto soccorso del rione e lui stesso era considerato come una persona dotta e autorevole. Nell'antica Roma la figura del barbiere (il tonsor) inizia a diffondersi nel III secolo a.C., dopo che Marco Ticinio Mena portò dalla sicilia i primi barbieri. Nel 1440 fu fondata a Roma la Confraternita dei Barbieri, dedicata ai Santi Cosma e Damiano (non a caso due santi medici!) e sappiamo che verso il 1780 a Roma erano presenti circa 280 botteghe di barbieri. Coloro che esercitavano la professione però, erano ben di più, operando semplicemente in strada. Erano i cosiddetti "Barbieri de la meluccia": essi erano soliti mettere una mela in bocca ai loro clienti, in modo tale da tendere le guance per una migliore rasatura. L'ultimo cliente della giornata acquisiva il diritto di mangiare la mela! Che orrore! Molti di questi barbieri a buon mercato praticavano la loro attività in piazza Montanara, dove si riunivano i "burini" arrivati in città a cercare lavoro, ma altri posti piuttosto frequentati erano Campo de' Fiori, Campo Vaccino, il Portico d'Ottavia e anche via della Consolazione.
Le insegne delle botteghe dei barbieri potevano presentare l'immagine di una gamba o di un braccio dai quali usciva del sangue che veniva raccolto in un catino e recare la scritta "qui si cava sangue", oppure potevano raffigurare un bastone attraversato da due spirali di colore rosso e blu, che stavano a simboleggiare la circolazione arteriosa e venosa del sangue. Questo secondo tipo di insegna si trova abbastanza frequentemente ancora oggi, ma ormai il significato che le viene attribuito è che in quel salone si parlano l'inglese e il francese (ma non credo proprio che sia sempre vero...!).
Oggi purtroppo la figura del barbiere si fa sempre più rara, mentre botteghe e insegne caratteristiche scompaiono, cancellate dal tempo e dalle moderne abitudini, che permettono a ognuno di radersiin casa propria e in tutta sicurezza, anche con 4 o 5 lame contemporaneamente. Sicuramente più pratico e comodo, ma quante chiacchiere perse e quanta poesia in meno...!

martedì 21 maggio 2013

Er mignattaro

Sanguisuga - Hirudo medicinalis
Foto da www.summagallicana.it
No, no, non si tratta di un errore di battitura e non sto per parlare di ciò che vi potreste aspettare!
Il mignattaro, nella Roma di qualche tempo fa, era colui che si occupava di raccogliere e vendere le mignatte, o sanguisughe, che una volta erano molto utilizzate a scopo medico, come antenate della pratica del salasso.
L'infelice (ma redditizio) lavoro del mignattaro consisteva nel recarsi in luoghi paludosi (habitat naturale delle sanguisughe) a gambe nude e iniziare quindi a battere l'acqua con un bastone, o a mani nude, o cercare comunque di fare qualche azione finalizzata a spaventare gli animaletti, che uscendo dalla melma si attaccavano alle sue gambe. Il mignattaro poi le staccava dalla propria pelle e le conservava in un contenitore pieno d'acqua. Gli animali ovviamente dovevano rimanere vivi. Molti farmacisti acquistavano le sanguisughe per rivenderle ai loro pazienti, mentre era spesso anche il barbiere che si occupava della loro applicazione e che, quando le mignatte erano ormai gonfie di sangue, provvedeva a staccarle e a recuperarle qualora fossero rimaste attaccate alla pelle.
I malanni per i quali era indicato l'impiego delle sanguisughe andavano dallo spavento improvviso alla polmonite, passando per l'ipertensione e gli attacchi di cuore. Anche le donne al nono mese di gravidanza veniva consigliata questa pratica!
E chi si occupava di fornire questi servizi, si preoccupava anche di pubblicizzarlo: l'insegna di una piccola bottega in Vicolo dell'Aquila infatti, recava scritte queste parole: "Spaccio di sanguisughe - e si attaccano anche per le case". Come dire... mignatte a domicilio!

lunedì 20 maggio 2013

L'artista e il barbiere: un asso di coppe a Fontana di Trevi


Avete mai notato che... c'è un asso di coppe sulla Fontana di Trevi?
Guardando la celebre fontana, mostra finale dell'Acqua Vergine, sul parapetto di destra si può vedere un grande vaso di travertino, che fu presto soprannominato "asso di coppe" per la somiglianza con la figura presente sulle carte da gioco. Si racconta che questa scultura fu voluta proprio dall'autore della fontana, Nicola Salvi, con una precisa finalità di... disturbo! Questa la storia: un barbiere che aveva la sua bottega nell'attuale via della Stamperia, proprio all'altezza del vaso, durante i lavori per la costruzione della fontana, prese l'abitudine di dispensare all'architetto una serie di critiche e consigli personali non richiesti sulla realizzazione del monumento (solo i Romani e chi vive a Roma da un po' possono capire fino in fondo questo atteggiamento... e quanto possa essere irritante per chi lo riceve!). Gradendo poco queste invadenti intromissioni, una notte l'artista fece collocare questo grosso vaso, che raffigurerebbe la coppa in cui i barbieri montavano la schiuma da barba, in posizione strategica, per impedire al barbiere ficcanaso di seguire dalla sua bottega il procedere dei lavori!

Peracottaro!

A Roma quando qualcuno fa una figuraccia, dimostrando di essere un inetto e un pasticcione, magari proprio dopo essersi appena vantato delle proprie capacità, si dice che fa " 'na figura da peracottaro". Ma in origine, chi era il peracottaro? Come si intuisce dal nome, il peracottaro era un venditore ambulante di pere cotte, che portava la sua merce in un canestro quasi cilindrico, che legava al collo con una cinghia di cuoio, e che appoggiava sulla pancia durante il trasporto. Sul fondo di questo canestro veniva inserito un recipiente di metallo pieno di brace, e sopra di esso si adagiava una pentola di rame contenente le pere (e a volte le mele) cotte.  Questo mestiere esisteva già nel XVIII secolo e veniva svolto di giorno e di notte, durante tutte le stagioni, anche se ovviamente i guadagni maggiori si ottenevano in autunno e inverno...! Il grido tipico dell'ambulante era semplicemente "Peracottaro", ma Giggi Zanazzo, nel 1907, ricorda anche, come frase tipica "So' canniti le pere cotte bone" (canniti=canditi), oppure "Ce l'avemo messo er zucchero, le perecotte bone calle calle, per un sòrdo calle!". Il perchè poi la tradizione abbia legato la figura di questo professionista a quella di un cialtrone incompetente, non è dato saperlo... ma possiamo immaginare che qualcuno abbia acquistato delle pere cotte non troppo buone...!

domenica 19 maggio 2013

La maledizione di Piazza Navona



Foto: Sai che a Roma... in piazza Navona ci sono anche una strega e una maledizione?
La notte, quando il frastuono della movida inizia ad assopirsi, è possibile sentire lo scalpiccìo degli zoccoli dei cavalli che corrono tutto intorno alle fontane della piazza, trainando il carro di una strega. Tendendo l'orecchio, si riesce a riconoscere anche il suono ritmico della frusta, che colpendo il terreno incita gli animali. Qualche volta, la strega ride, e quella risata si mischia al suono dell'acqua, rendendo sinistre perfino le fontane dei Quattro Fiumi, del Moro e del Nettuno. E proprio questa strega sarebbe l'autrice della MALEDIZIONE DEGLI AMANTI, secondo la quale qualsiasi coppia di innamorati si trovi a girare intorno alla Fontana dei Quattro Fiumi in senso antiorario ( verso destra, quindi), è destinata inesorabilmente a lasciarsi entro sei giorni. 
La stranezza più grande, è che sembra che nessuno, tra i pur numerosissimi visitatori che arrivano ad ammirare la fontana, giri mai in senso orario! 
E ora che siete informati... scegliete il giro che fa per voi!!!Piazza Navona è uno degli luoghi di Roma meglio conosciuti. Ma quanti sanno che alla piazza sono legate anche una strega e una maledizione?
La notte, quando il frastuono della movida inizia ad assopirsi, è possibile sentire lo scalpiccìo degli zoccoli dei cavalli che corrono tutto intorno alle fontane della piazza trainando il carro di una strega. Tendendo l'orecchio, si riesce a riconoscere anche il suono ritmico della frusta, che colpendo il terreno incita gli animali. Qualche volta la strega ride, e quella risata si mischia al suono dell'acqua, rendendo sinistre perfino le fontane dei Quattro Fiumi, del Moro e del Nettuno. E proprio questa strega sarebbe l'autrice della MALEDIZIONE DEGLI AMANTI, secondo la quale qualsiasi coppia di innamorati si trovi a girare intorno alla Fontana dei Quattro Fiumi in senso antiorario ( verso destra, quindi), è destinata inesorabilmente a lasciarsi entro sei giorni.
La stranezza più grande, è che sembra che nessuno, tra i pur numerosissimi visitatori che arrivano ad ammirare la fontana, giri mai in senso orario!
E ora che siete informati... scegliete il giro che fa per voi!!!

L'angelo che non vola



A Roma, sulla facciata della chiesa di Sant'Andrea della Valle c'è un angelo, solo soletto, che non si può muovere da lì. Con la sua ala, infatti, deve evitare il crollo della facciata! La statua fu voluta da Carlo Rainaldi (ma realizzata dallo scultore Giacomo Antonio Fancelli o, secondo altri, da Ercole Ferrata), in aperta polemica con l'architetto che lo aveva preceduto... nientemeno che Carlo Maderno!
Pasquino stesso non poté fare a meno di commentare questa disputa tra architetti, facendo parlare l'angelo: “Vorrei volare al pari di un uccello/ma qui fui posto a fare da puntello”.
Gli angeli, ovviamente, dovevano essere due,uno per lato, ma dopo le critiche che seguirono la realizzazione del primo, relative soprattutto all'eccessiva lunghezza dell'ala, l'artista, offeso, lasciò l'opera incompiuta, dicendo che se il papa (Alessandro VII) voleva un'altra statua, poteva realizzarsela da solo!


sabato 18 maggio 2013

Er gelato de Roma

A Roma, si sa, il gelato è molto amato. Ciò che è meno risaputo è che il gelato è anche una tradizione antichissima! Già gli antichi Romani infatti, con il caldo, gustavano un antenato del gelato odierno: Plinio il Vecchio (I secolo d.C.) ci racconta che si trattava di un miscuglio di ghiaccio tritato finemente, miele e succo di frutta. Il risultato doveva essere più simile a un sorbetto che alla nostra crema gelata, ma l'effetto doveva essere comunque rinfrescante e gradevole! Il ghiaccio proveniva dalle montagne vicino Roma oppure, nei mesi più caldi, si poteva contare sui nevai del Vesuvio e dell'Etna. Esso veniva quindi conservato con paglia, foglie secche e panni di lana, ma ovviamente solo i più benestanti potevano permettersi un lusso simile. Durante il Medioevo, in Occidente, l'uso di questo alimento fu dimenticato, ma continò invece a diffondersi in Oriente, finchè gli Arabi non lo reintrodussero in Sicilia. Secondo alcuni studiosi, il termine stesso di sorbetto deriverebbe dal termine arabo "sharbat", che significa "bibita fresca". A rielaborare ulteriormente la ricetta e a diffondere il gelato in Europa sarà invece, nel Cinquecento, il fiorentino Bernardo Buontalenti, architetto, artista, chimico, e infine... gelataio!

giovedì 16 maggio 2013

Lo xenodochio ritrovato

Foto da www.ilmessaggero.it

A Roma è stato ritrovato uno xenodochium.
Uno xenodochio o, in latino, xenodochium (la parola però ha origini greche), era una struttura in cui, durante l’epoca medievale, i pellegrini che intraprendevano lunghi viaggi verso i luoghi di culto potevano riposarsi e ristorarsi gratuitamente. A gestire questa sorta di ospizio per forestieri erano i monaci, che si impegnavano così nell’attività di assistenza ai forestieri che per devozione affrontavano lunghi e pericolosissimi viaggi, per lo più a piedi. Roma, come è naturale, nell’VIII secolo era una ambitissima meta di pellegrinaggio, e dalle fonti scritte sappiamo che nel medioevo erano almeno 14 gli xenodochia presenti. Fino ad ora però nemmeno uno di questi edifici era stato ritrovato. Nel corso dei lavori effettuati per la realizzazione della nuova linea del tram 8, invece, proprio in via delle Botteghe Oscure gli archeologi hanno portato alla luce questa preziosa testimonianza storica.
La soprintendente dott.ssa Fedora Filippi ha presentato ieri, in un convegno alla British School at Rome, i risultati delle indagini, ormai terminate. I ritrovamenti riguardano un corpo di fabbrica rettangolare, articolato in ambienti che affacciano lungo un corridoio. Le murature, in base alle tecniche edilizie, sembrano potersi datare tra l’VIII e il IX secolo, dato che si accorderebbe bene con le fonti storiche, le quali raccontano che papa Stefano II, tra il 752 e il 757 fece restaurare tutti gli xenodochia di Roma. L’identificazione puntuale con lo xenodochio degli Anici, fondato dalla gens Anicia e restaurato proprio da Stefano II sembra più che plausibile, ma non ancora certa.
Oltre ai dormitori dei pellegrini, il complesso edilizio era dotato anche di terme, di un refettorio e, ovviamente, era collegato a un oratorio: si tratta della chiesa medievale di Santa Lucia de’ Calcarari, demolita nell’Ottocento ma di cui sono ora tornati alla luce i resti. Scopriamo così che si trattava di una chiesa con tre absidi ad angolo retto (unico esempio di VIII secolo conosciuto a Roma), larga 12 metri e lunga 16, con il presbiterio rivestito di lastre di marmo. Nel XVII secolo, probabilmente in coincidenza di un importante intervento di ristrutturazione, il pavimento medievale della chiesa fu distrutto per ricavare, secondo una pratica piuttosto diffusa, un ossario, cioè un ambiente in cui raccogliere i resti ossei di persone inumate precedentemente e riesumate, in modo tale da poter creare spazio per nuove sepolture.
Questa è Roma: una città in cui sostituendo i binari del tram, puoi ritrovare secoli di storia, semplicemente dimenticati lì!

giovedì 2 maggio 2013

La Menorah nascosta


In pochi lo sanno, ma nel Roseto Comunale di Roma (generalmente aperto da aprile a giugno) si nasconde una Menorah! Scopriamo dove e perché. Nell'area che attualmente ospita più di mille varietà di rose, a partire dalla metà del XVII secolo e fino alla fine dell'Ottocento, sorgeva il cimitero della Comunità Ebraica. Il luogo, anche come conseguenza della politica discriminatoria promossa dal papato in quel periodo, divenne presto conosciuto col nome di "Ortaccio degli Ebrei". Il suo utilizzo si protrasse fino al 1895, in quanto il Cimitero Monumentale del Verano, inaugurato nel 1836, era inizialmente riservato ai cattolici e solo dopo il 1870 fu aperto anche agli ebrei.  L'odierna via Murcia, che attualmente attraversa il roseto, fu aperta nel 1934 e in quell'occasione le sepolture vennero trasferite. Durante la seconda guerra mondiale, la zona fu utilizzata come orto per far fronte alla scarsità di viveri e finalmente, nel 1950, divenne un giardino pubblico ricco di rose. Per ricordare le antiche sepolture, i viali di una delle due parti che compongono il Roseto, furono progettati proprio a forma di Menorah, il candelabro ebraico a sette braccia. Inoltre, presso ognuno dei due ingressi, fu apposta una targa raffigurante le Tavole della Legge. 
Raramente mentre si passeggia all'interno del parco si percepisce questa particolarità che caratterizza il nostro roseto, ma, come vedete in foto, con una visuale dall'alto la Menorah risulta sorprendentemente evidente!

Foto da google maps

giovedì 28 marzo 2013

Le dita del diavolo e il Faraone - Bonaparte


Il diavolo, si sa, si può incontrare un po' ovunque. È più raro però trovare le sue tracce tangibili impresse nella pietra! Questo è esattamente quello che è possibile vedere visitando la basilica di Santa Sabina, sull'Aventino. Si tratta di una delle basiliche minori di Roma, nonché di una delle chiese paleocristiane meglio conservate. In particolare, oltre al noto mosaico con iscrizione che decora la controfacciata dell'edificio (V secolo), è assolutamente da ammirare il portale ligneo di V secolo, con 18 riquadri scolpiti nel legno di cipresso e raffiguranti scene dell'Antico e del Nuovo Testamento. Una delle formelle reca la più antica rappresentazione plastica della crocifissione conosciuta. Tutta la porta, del resto, è il più antico esempio di scultura lignea paleocristiana. Un'ulteriore curiosità riguardante la porta è legata al restauro del 1836: sul pannello con il passaggio del Mar Rosso da parte degli ebrei, il restauratore ha voluto lasciarci un ricordo del suo intervento e del suo pensiero politico: il volto del faraone che sta per annegare è stato sostituito dal ritratto dell'evidentemente odiatissimo Napoleone (peraltro morto già da più di 10 anni...)!
La basilica fu costruita nel V secolo sopra la domus della matrona Sabina, poi confusa con l'omonima Santa umbra. Al suo interno sono reimpiegate 24 colonne del tempio di Giunone Regina. L'edificio fu inglobato nel IX secolo nei Bastioni Imperiali, e il suo interno fu piú volte rimaneggiato, anche da illustri architetti, come Domenico Fontana (1587) e Francesco Borromini (1643). Fu invece Antonio Munoz che nel Novecento si occupó di restituire alla chiesa la sua struttura originaria. Altro elemento degno di nota è il campanile medievale (XIII secolo, mozzato nel Seicento).
Entrando nella basilica, sulla sinistra potrete notare una colonnetta tortile sormontata da una strana pietra nera. State guardando il LAPIS DIABOLI! La leggenda racconta che San Domenico di Guzmán (fondatore dell'ordine dei Predicatori, noti anche come Domenicani), al quale papa Onorio, nel 1222, aveva affidato la chiesa, era solito pregare su una lastra di marmo che copriva le ossa di alcuni martiri. Una notte, mentre Domenico era intento nella preghiera, il diavolo cercò in ogni modo di tentarlo e di indurlo al peccato, ma il Santo, tanto concentrato da rasentare l'estasi, continuò a pronunciare le sue orazioni. Il diavolo allora, furibondo per il fallimento, prese con i suoi artigli un pesante blocco di basalto nero e con tutta la forza di cui era capace lo scagliò contro Domenico. Forse un provvidenziale intervento divino, forse il fatto che una buona mira sembrerebbe non rientrare tra le pur molteplici prerogative diaboliche, fatto sta che la pietra sfiorò il Santo lasciandolo illeso e ancora intento nelle sue preghiere, finendo invece per colpire la lapide che proteggeva i resti dei martiri. In effetti, al centro della schola cantorum, noterete che la lastra è stata ricomposta, al centro del pavimento, da numerosi frammenti. Essa però, in realtà, non fu frantumata dall'ira del diavolo ma dall'estro del Fontana, che nel corso della sua ristrutturazione decise di spostare il sepolcro, rompendo e gettandone via la copertura, in seguito ritrovata e ricomposta nella nuova collocazione. La veridicità della storia è invece "provata" dalla pietra scelta dal diavolo per il suo fallimentare tiro a segno e conservata, come si diceva, sulla colonnina tortile: sulla sua superficie alcuni buchi, come un enorme artiglio, sono il segno lasciato dalle dita del diavolo. Quasi dispiace dirlo, ma la piatta e banale realtà ci dice invece che questa pietra è un peso da bilancia (secondo alcuni una macina) rinvenuto nei sotterranei della chiesa. Ma in fondo, nulla vieta che il diavolo possa aver scagliato un antico peso, conferendogli una nuova notorietà! Si dice che di tanto in tanto, di notte, Satana torni ancora a Santa Sabina, fermandosi qualche istante sulla porta della chiesa per poi allontanarsi sconsolato e, di certo, ancora un po' indispettito!
Santa Sabina, definita anche la "perla dell'Aventino", ha ancora qualcosa da svelarci. Dall'atrio della chiesa, attraverso una piccola apertura nel muro protetta da un vetro, è possibile "spiare" il chiostro duecentesco. La vista sarà catturata da un albero di arance: si tratta della prima pianta di arance giunta in Italia, portata dal Portogallo e piantata in questo luogo proprio da San Domenico. Ed è ovviamente una pianta miracolosa, in quanto, benché ormai secca, essa ha sempre continuato a dare i suoi frutti attraverso altri alberi rinati sull'originale. Si dice che proprio da questa pianta Santa Caterina da Siena  avesse preso le 5 arance poi candite e donate all'impetuoso e violento papa Urbano VI nel 1379 per dimostrargli come anche un frutto aspro possa riempirsi di dolcezza. Oggi anche altri alberi di arance colorano il chiostro, ma è impossibile non riconoscere quello originale!
Quanta storia, e quante leggende che racchiudono altra storia, sono nascoste in questa splendida e spesso trascurata meraviglia romana! 



mercoledì 20 marzo 2013

Pizza dolce di Pasqua

Dal momento che la Pasqua si sta avvicinando, vediamo di non farci distrarre da questioni quali formazione del Governo ed elezione papale, e affrontiamo temi seri: la pizza dolce di Pasqua! Una volta la preparazione di questa prelibatezza occupava le donne per tutto il Venerdì Santo. Si preparavano numerose pizze, per la propria famiglia, per i parenti e per gli amici, ed esse dovevano essere pronte per la benedizione del prete, il quale nel giorno di Pasqua, dopo che venivano "sciorte le campane" (cioè quando le campane riprendevano a suonare dopo due giorni di silenzio, annunciando così la resurrezione di Cristo) era solito recarsi di casa in casa per portare parole di pace ai fedeli.
Se mi è concessa una breve divagazione, vorrei anche ricordare (non riesco a farne a meno!) che a Roma "Scioje le campane" viene usato anche col significato di rivelare tutto quello di cui si è a conoscenza, parlare liberamente, vuotare il sacco.
Ma arriviamo finalmente alla vera protagonista del post. Si tratta di un dolce tipico di tutta l'Italia centrale e che sopravvive in un numero di varianti pressoché infinito. Molte versioni prevedono l'uso di vino o liquore (alchermes o altro a piacere), di aromi di vario genere (i semi di anice sembrano piuttosto diffusi!), o l'uso di latte o olio nell'impasto. Sono tutte ricette valide, che seguono tradizioni locali e gusto personale e che ognuno può arricchire a piacere. Qui ne viene proposta una versione molto semplice, che tra l'altro, in nome della semplificazione, visto che si tratta di una ricetta non difficile, ma laboriosa, utilizza il lievito di birra al posto del tradizionale lievito-madre. 
Vi serviranno:
500 g di farina 0 (che potrete anche mescolare a farina manitoba, ottima per tutti i lievitati, ma estranea alla nostra tradizione); 30 g di lievito di birra (potete usarne meno, ma dovrete allungare ulteriormente i tempi di lievitazione... in compenso ci guadagnerete in leggerezza e digeribilità!); 150 g di zucchero; 50 g di strutto; 50 g di burro; 6 uova; 100 ml di acqua (o latte); la scorza grattugiata di mezzo limone e di mezza arancia; 1-2 cucchiai di cannella in polvere; cubetti di scorza di arancia candita (a piacere); sale (1 cucchiaino).
Si inizia preparando il cosiddetto lievitino: in una ciotola sciogliete il lievito nell'acqua (o latte) a temperatura ambiente o appena tiepida. Dopo qualche minuto aggiungete circa 100 g di farina e impastate. Coprite con un panno e lasciate lievitare al riparo da correnti d'aria (per esempio dentro il forno spento). Aspettate che l'impasto cresca fino almeno a raddoppiare il suo volume. Tradizionalmente il lievitino si impastava la mattina e si lasciava lievitare fino a sera. In questo caso, potete tranquillamente diminuire la quantità di lievito. Una volta raddoppiato (almeno due ore ci vogliono...), aggiungete 5 uova (quindi un uovo tenetelo da parte!), lo zucchero (se avete già sbattuto insieme uova e zucchero è ancora meglio, ma non è indispensabile), lo strutto e il burro, la farina rimasta e la cannella. Aggiungete anche il sale. Impastate a lungo, lavorando, se possibile, con le mani fredde. La consistenza finale dovrà essere piuttosto morbida. Se necessario unite altra acqua. I canditi, se volete inserirli, andranno incorporati quando avrete quasi finito di impastare. 
Se volete seguire la versione breve, a questo punto versate il composto in una teglia alta e svasata, ben imburrata e infarinata, oppure in uno stampo di carta per il panettone, riempendoli solo fino a un terzo della loro altezza. Aspettate che lieviti ancora, per circa 2 ore. sbattete l'ultimo uovo rimasto e spennellate la superficie del dolce. 
Nella versione lunga invece (cioè, ancora più lunga...!), l'impasto andrà lasciato lievitare ancora tutta la notte (o comunque, in base a come vi siete organizzati con i tempi, almeno 6 ore). Quindi dovrete procedere a un ulteriore rimpasto del composto, che poi andrà inserito nello stampo e lasciato lievitare ancora un paio d'ore, e comunque fino al raddoppio del suo volume.
La cottura avviene nel forno già caldo a 190 gradi, nel quale avrete l'accortezza di creare del vapore mettendo un pentolino pieno d'acqua appoggiato sul fondo: questo vi permetterà di evitare che si formi una crosta troppo dura sulla superficie della pizza e la lascerà morbida all'interno. Lasciate cuocere per 40 minuti SENZA APRIRE IL FORNO. La superficie diventerà scura, ma lasciate il forno chiuso! È l'effetto della cannella e una caratteristica del dolce. Se aprite il forno, comprometterete la lievitazione. Trascorsi quaranta minuti, potete procedere alla prova-stecchino per controllare la cottura interna. Se dovesse servire qualche minuto in più, per evitare di continuare a scurire la superficie della pizza di Pasqua, potete coprirla con un foglio di carta-alluminio.
Un ultimo consiglio prima di augurarvi buon appetito: se volete aggiungere gli aromi e qualche liquore/vino, ricordatevi di mettere gli aromi a bagno nel liquore almeno un'ora prima di aggiungerli all'impasto.
Buona Pasqua a tutti!

mercoledì 6 marzo 2013

Fora er cortello!

A Roma i bulli erano soliti sfidarsi in duelli all'arma bianca, cioè al coltello, detto anche "tajino" (da taja'=tagliare) o "cerino". I pretesti e le motivazioni per un duello erano quasi infiniti, molti dei quali anche futili, ai nostri occhi: ma i bulli seguivano un complicatissimo codice d'onore che imponeva loro di affrontare sempre chiunque, sempre secondo le regole del codice, li offendesse. La modalità della sfida era rigidamente codificata e doveva rispettare il ferreo cerimoniale. L'arma, come si diceva, era rigorosamente il coltello, perché la pistola , chiamata infatti con disprezzo "cacafóco" era considerata poco onorevole. Il coltello, oltre ad essere pratico da portare e da nascondere, era visto un po' alla stregua della spada usata dagli aristocratici. Con le parole "Fora er cortello" la sfida era lanciata, e si era pronti a riscattarsi dell'onta subita: un'occhiataccia, un gesto provocatorio, una parola fuori posto, una spinta, il vino versato "alla traditora", cioè tenendo la bottiglia con il dorso della mano rivolto verso il basso... Né lo sfidante, né lo sfidato si sarebbero tirati indietro, pena il disonore perenne! 
E a Roma, ovviamente, non poteva non esistere anche una scuola di coltello! Si trovava in via della Palombella, dietro il Pantheon ed aveva il singolare nome di "Scuola della Cicciata". Infatti le lame delle armi venivano avvolte quasi completamente in uno spago (la sicura), lasciando scoperta solo la punta, in modo tale che durante le esercitazioni si potesse colpire solo la "ciccia" dell'avversario!

sabato 2 marzo 2013

Il bagno sulle mura


Foto: Sai che a Roma... puoi ancora vedere un gabinetto dei soldati?
Lungo il tracciato delle Mura Aureliane erano presenti 116 latrine, dette, per ovvi motivi, NECESSARIA, ma l'unica ancora visibile si trova nei pressi dell'attuale piazza Fiume, dove un tempo era la Porta Salaria. Guardando in alto, sul lato esterno delle mura, si noterà una sporgenza semicilindrica, sorretta da mensole in travertino. Si tratta proprio del bagno usato dai soldati di guardia sulle mura! 
Altre mensole simili, che testimoniano la presenza di latrine lungo il tracciato murario, sono ancora visibili nel tratto compreso tra Porta Metronia e Porta Latina. Necessità storiche...!
Grazie a Lalupa per la fotoSulla famosa cinta delle Mura Aureliane, voluta dall'imperatore Aureliano e realizzata tra il 270 e il 273 d.C. per far fronte alla minaccia di un possibile attacco da parte delle popolazioni germaniche, esistono numerosi studi scientifici e opere divulgative. E' però soprattutto grazie al loro essere ancora, in gran parte, visibili e in buono stato di conservazione che le Mura di Roma sono note ai più. Molti particolari però, pur essendo in realtà facilmente individuabili, sfuggono alla vista: semplice distrazione, fretta, sonno, telefono tra le mani... Capita che anche passandoci accanto spesso, potremmo non aver notato, per esempio, lassù, ma neanche troppo in alto... un bagno!
Lungo il tracciato della Mura Aureliane erano presenti 116 latrine, dette, per ovvi motivi, Necessaria, ma l'unica ancora visibile si trova nei pressi dell'attuale piazza Fiume, vicino a dove un tempo si apriva la Porta Salaria. Guardando in alto, sul lato esterno delle mura, si noterà una sporgenza semicilndrica sorretta da mensole in travertino. Si tratta proprio del bagno usato dai soldati di guardia sulle mura!
Altre mensole simili, che testimoniano la presenza di altre latrine lungo il tracciato murario, sono ancora visibili nel tratto compreso tra Porta Metronia e Porta Latina. Necessità storiche...!
Grazie a Lalupa per la foto

A Roma non si muore...

A Roma in realtà, oltre ad essere molto fantasiosi, su certi argomenti siamo anche un po' scaramantici! Quindi, per evitare di pronunciare direttamente la parola "morire", negli anni sono state ideate alcune alternative! La stessa morte, ha un suo soprannome: Commare Secca!
Ecco alcune delle varianti che evitano ai Romani... di morire!

- Anna' a ingrassa' le cucuzze/cucuzzole (zucche, zucchine, dal latino cucurbita)
- Anna' a l'arberi pizzuti (il cipresso, dalla forma affusolata e la cima a punta, è l'albero tipico dei cimiteri...)
- Anna' a l'antri carzoni (alla salma viene messo il vestito "buono", altri calzoni rispetto a quelli di tutti i giorni)
- Anna' a fa' tera pe' li ceci (notoriamente questa pianta gradisce un terreno grasso e fertile)
- Anna' a fa' gas (si riferisce al naturale processo di decomposizione)
- Anna' a 'ngrassa' li vermi (non servono spiegazioni)
- Anna' a San Lorenzo (San Lorenzo è il quartiere che ospita il Verano, il cimitero monumentale di Roma, che per piú di un secolo e fino alla metà del Novecento è stato l'unico cimitero romano in funzione)
- Anna' ar bon viaggio (il viaggio verso l'altro mondo)
- Anna' ar Creatore (la destinazione del bon viaggio di cui sopra...)
- Fa' fa' 'n' antra mancia ar beccamorto (far fare un ulteriore guadagno all'impresario di pompe funebri)
- Stira' le cianche (cianche=gambe. È tipico dei moribondi infatti irrigidire le gambe)
- Tira' er cazzo ar pettirosso (purtroppo non è nota l'origine di questo modo di dire, utilizzato nei suoi sonetti dal Belli e ormai caduto in disuso)

- Passa' ponte: più frequentemente l'espressione aveva il significato di prendere una decisione definitiva, da cui non è possibile recedere, ma a volte veniva usata col significato di morire proprio per il carattere di irrimediabilità dell'evento.



venerdì 1 marzo 2013

Nun so' fiaschi che s'abbotteno!


(Foto da Midisegni.it)
L'espressione "Nun so' fiaschi che s'abbotteno" viene usata in risposta a chi cerca di sollecitare lo svolgimento di un'operazione. Si ricorda agli impazienti che quello che si sta facendo non è un lavoro facile, e quindi richiede del tempo. Solo chi ne ha la competenza può stabilire quanto ci vuole. Il modo di dire nasce all'inizio dell'800, quando i vetrai romani erano famosi per la loro abilità nel foggiare i fiaschi soffiando il vetro. Uno straniero, pensando si trattasse di un'operazione semplice, volle provare anche lui, ma nonostante i suoi molteplici tentativi, non riuscì a far gonfiare ("abbottare") i fiaschi. Da questo episodio trae anche origine l'espressione "fa' fiasco", fare fiasco, nel senso di fallimento di un'impresa.
Una lucuzione quasi uguale è "abbotta' fiaschi", ma quest'ultima ha il significato di perdere tempo in cose inutili, stare in ozio. 
Il termine "abbottare", gonfiare, deriva dal latino medievale ABOCTARE = prendere la forma di una botta (rospo); "fiasco" invece è una parola che deriva dal gotico, FLASKO = intrecciato, in quanto il recipiente di vetro veniva rivestito di fibre vegetali intrecciate (in genere paglia) per essere protetto e mantenere più facilmente una temperatura costante, in quanto la paglia fa da isolante termico.
A Roma il fiasco era una delle unità di misura del vino, pari a due litri. Il suo ruolo centrale nella cultura romanesca, si traduce ovviamente anche nella lingua: per questo troviamo il fiasco in numerosi modi di dire. Oltre a quelli già menzionati, possiamo ricordare l'espressione "Aribbocca' er fiasco", nel senso di peggiorare una situazione nel tentativo di rimediare. Aribbocca' significa infatti integrare il contenuto di un recipiente già quasi pieno, fino all'orlo, con il conseguente rischio di far strabordare il liquido, sprecando il liquido e con il disagio di dover ripulire...!
Ma ancora, a Roma si dice "Mette 'n piedi un fiasco spajato": vuol dire che si sta tentando un'impresa irrealizzabile, come tentare di far stare in piedi un fiasco privo del suo rivestimento di paglia (spajato = senza paglia). La parte di vetro del fiasco, infatti, è semisferica, e il fiasco sta in piedi solo grazie alla paglia che lo ricopre!
A partire da un semplice fiasco... quanta fantasia, questi Romani!

martedì 26 febbraio 2013

saltimbocca alla romana

Nonostante qualcuno metta in dubbio che l'origine del piatto sia romana al 100%, l'aver accompagnato generazioni e generazioni di Romani a tavola, nei pranzi domenicali o durante la settimana, in casa o in trattoria, fa rientrare sicuramente i gloriosi saltimbocca nell'elenco dei piatti tradizionali della Capitale! La preparazione è rapida e semplicissima, ma il risultato è degno dei migliori gourmet!
Prendiamo delle fettine di vitello non troppo grandi e piuttosto sottili. Battiamole per rendere la carne più tenera e, una volta spianate, disponiamoci sopra una fettina di prosciutto e una bella foglia di salvia lavata e asciugata. Il prosciutto non deve essere eccessivamente sottile: in caso mettetelo doppio. Fermiamo il tutto con uno stuzzicadenti lasciando però la fettina distesa (non va creato un involtino. Qualcuno lo fa, ma... orrore!!!). Sciogliere in padella una noce di burro e disporre quindi le fettine a cuocere a fuoco vivace, iniziando dal lato con il prosciutto e facendo bene attenzione che non cuocia troppo: il prosciutto tende ad avvizzire rapidamente! Quindi giriamo e continuiamo la cottura, aggiungendo un pizzico di sale (la quantità dipende dal tipo di prosciutto usato. Non aggiungetelo prima della cottura, altrimenti la carne si indurisce!) e una macinata di pepe. Togliere la carne dalla padella adagiandola su un piatto da portata. Versare nella padella mezzo bicchiere di vino bianco secco (ok, nella ricetta originale si usa un po' d'acqua... ma così è più gustoso!) e si fa evaporare staccando il fondo di cottura con un cucchiaio di legno (oggi con le padelle antiaderenti non avremo esattamente il risultato di una volta...!). Si aggiunge a questo punto un altro pezzetto di burro, facendolo sciogliere. La salsetta così formata andrà ovviamente a ricoprire le nostre gustose fettine, che... ci salteranno in bocca senza troppi complimenti! Buon appetito...
Sai che a Roma... se magna?
SALTIMBOCCA ALLA ROMANA
Nonostante qualcuno metta in dubbio che l'origine del piatto sia romana al 100%, l'aver accompagnato generazioni e generazioni di Romani a tavola, nei pranzi domenicali o durante la settimana, in casa o in trattoria, fa rientrare sicuramente i gloriosi saltimbocca nell'elenco dei piatti tradizionali della Capitale! La preparazione è rapida e semplicissima, ma il risultato è degno dei migliori gourmet!
Prendiamo delle fettine di vitello non troppo grandi e piuttosto sottili. Battiamole per rendere la carne più tenera e, una volta spianate, disponiamoci sopra una fettina di prosciutto e una bella foglia di salvia lavata e asciugata. Il prosciutto non deve essere eccessivamente sottile: in caso mettetelo doppio. Fermiamo il tutto con uno stuzzicadenti lasciando però la fettina distesa (non va creato un involtino. Qualcuno lo fa, ma... orrore!!!). Sciogliere in padella una noce di burro e disporre quindi le fettine a cuocere a fuoco vivace, iniziando dal lato con il prosciutto e facendo bene attenzione che non cuocia troppo: il prosciutto tende ad avvizzire rapidamente! Quindi giriamo e continuiamo la cottura, aggiungendo un pizzico di sale (la quantità dipende dal tipo di prosciutto usato. Non aggiungetelo prima della cottura, altrimenti la carne si indurisce!) e una macinata di pepe. Togliere la carne dalla padella adagiandola su un piatto da portata. Versare nella padella mezzo bicchiere di vino bianco secco (ok, nella ricetta originale si usa un po' d'acqua... ma così è più gustoso!) e si fa evaporare staccando il fondo di cottura con un cucchiaio di legno (oggi con le padelle antiaderenti non avremo esattamente il risultato di una volta...!). Si aggiunge a questo punto un altro pezzetto di burro, facendolo sciogliere. La salsetta così formata andrà ovviamente a ricoprire le nostre gustose fettine, che... ci salteranno in bocca senza troppi complimenti! Buon appetito...

Il Lungotevere "ammortizzato"

In pochi lo sanno, ma un tratto del Lungotevere della Farnesina, quello compreso tra ponte Mazzini e ponte Sisto, è stato oggetto di un pionieristico intervento di ristrutturazione, volto a preservare la prospiciente Villa della Farnesina dalle nocive vibrazioni prodotte dal traffico. Il sistema che fu ideato è in funzione ancora oggi, perfettamente funzionante! Vediamo di cosa si tratta.
A partire dal secondo dopoguerra, il Lungotevere vide un consistente incremento del traffico, con il transito della gran parte dei veicoli provenienti dall'Aurelia. In particolare, passavano da lí pesanti autotreni che trasportavano laterizi e nafta dalla Toscana. A causa delle vibrazioni provocate dal traffico, nell'autunno del 1953, in pochi giorni, due grossi pezzi di mensoloni di peperino (del peso di circa 35 kg l'uno) caddero dal cornicione della Villa della Farnesina, cinquecentesca dimora realizzata da Baldassarre Peruzzi e sede dell'Accademia dei Lincei. Negli stessi giorni, una grossa crepa si aprí, all'interno della villa stessa, nella volta della Sala di Galatea, affrescata da Raffaello. A questo punto, l'Accademia stessa decise di intervenire per preservare l'edificio e i preziosi dipinti. Il matematico e ingegnere, nonchè accademico dei Lincei, Gustavo Colonnetti, fu messo a capo di una commissione che doveva occuparsi di studiare le sollecitazioni a cui la villa era soggetta e di ideare una soluzione. Dopo un'accurata analisi, il Colonnetti propose, nel 1959, un sistema semplice e geniale allo stesso tempo: piuttosto che intervenire sull'edificio, l'ingegnere pensó di agire alla fonte, cercando di ridurre al massimo la propagazione delle vibrazioni. Per fare questo ideó una soluzione in cui la sede stradale, formata da un graticcio di cemento armato, si appoggiava a una serie di cuscinetti elastici, in gomma. Questi, a loro volta, poggiavano su un'ulteriore soletta di cemento armato, direttamente connessa al terreno. Tale struttura inoltre, distava dal marciapiede 5 cm, in modo tale da poter oscillare senza trasmettere ad esso il movimento, che così non avrebbe raggiunto la villa della Farnesina. Il progetto peró, a causa dei soliti, italianissimi problemi burocratici, fu realizzato solo nel 1971, ad opera del Comune. Nel frattempo, alcuni frammenti del prezioso affresco di Raffaello avevano iniziato a staccarsi, ed era stato necessario addirittura predisporre una rete che impedisse ai frammenti di schiantarsi al suolo polverizzandosi. Dall'avvio dei lavori, furono sufficienti solo quattro mesi perchè l'opera venisse completata. Il risultato fu addirittura superiore alle aspettative, con una riduzione dell'ampiezza delle vibrazioni dell'80% circa. Le rare soluzioni analoghe, erano state adottate solo per strutture di nuova realizzazione. Per la prima volta, in nome della salvaguardia di un monumento, si procedette alla ristrutturazione di una strada. 
Qualche numero: i lavori interessarono un tratto di strada lungo m 64,52, per una larghezza di m 13,5. La profondità di intervento raggiunse m 1,65. I lavori furono realizzati separatamente sulle due semicarreggiate: ognuna delle due pesava circa 400 tonnellate e poggiava su 1000 tamponi di gomma che, essendo riparati dal sole diretto, furono ritenuti indefinitivamente affidabili. Le due testate furono collegate agli altri segmenti della strada tramite giunti da ponte. Il costo dell'opera fu di circa 50.000 lire al metro quadro. 
L'efficacia dell'opera, misurata dall'ENEA con mezzi ben piú sofisticati, puó essere provata anche empiricamente recandosi sul posto e tenendo un piede sulla sede stradale e un piede sul marciapiede mentre passa un qualsiasi mezzo pesante.
Di fronte a tanto ingegno e tanta maestria, quello che è inevitabile domandarsi, a questo punto, è perché questa soluzione non sia stata e non sia adottata anche per i numerosi altri monumenti di Roma che continuano a deteriorarsi a causa del traffico. Ma, si sa, in tema di opere pubbliche è meglio non porsi domande razionali!


pasta e broccoli alla romana


Una ricetta tipica romana è quella di PASTA E BROCCOLI, fatta rigorosamente con il broccolo romanesco, che è quello con i fiori a punta, di colore verde chiaro.
Servono 50 g di prosciutto crudo (anche la parte grassa, non iniziate a fare gli schizzinosi!), da fare a pezzettini e da unire a due spicchi d'aglio in un bel soffrittino (con olio, anche se una volta, perché lo sappiate, si usava lo strutto...). Appena l'aglio prende il minimo colore, toglietelo subito. Quindi unite i fiori del broccolo lavati, asciugati e tagliati a pezzetti, facendo insaporire per qualche minuto. Ora si aggiungono 30g di passata di pomodoro e si aggiusta di sale e pepe. Ci si potrebbe fermare qui, ma a Roma amiamo i sapori decisi... quindi la tradizione prevede anche l'aggiunta di 150g di cotiche già cotte e tagliate a listarelle. Si cuoce il tutto finché il broccolo non è pronto. Intanto si cuoce la pasta, che andrà scolata al dente e condita con il sugo e una bella spolverata di pecorino.
Nella ricetta originale, la pasta viene cotta usando il brodo, sgrassato, in cui erano state lessate le cotiche. Decidete voi...!

martedì 19 febbraio 2013

La mano dietro il vetro

Palazzo Tuccimei, già Ornani, già de Cupis
Visitando piazza Navona, tra le tante meraviglie presenti, si rischia di non prestare attenzione a Palazzo Tuccimei (ex de Cupis), il cui lato posteriore è visibile a destra della chiesa di sant'Agnese (guardando la facciata). L'edificio oggi ospita un bar-ristorante piuttosto in voga, ma una volta, nel Settecento e nell'Ottocento, qui aveva sede un famoso teatro dei burattini, il teatro Ornani (poi Emiliani), con le rappresentazioni dei pupi siciliani, che a Roma venivano dette infornate.
La nascita del palazzo, però, risale al XVI secolo, quando Giandomenico de Cupis (nominato cardinale nel 1517) ampliò le proprietà che la famiglia aveva nell'area di piazza Navona già dal secolo precedente (quando da Montefalco si era trasferita a Roma), formando così l'attuale complesso. Lo stemma della famiglia de Cupis, caratterizzato da un ariete rampante, è ancora visibile sulla facciata del palazzo prospiciente via S. Maria dell'Anima, scolpito a bassorilievo sul grande portale bugnato.
Stemma della famiglia de Cupis
(foto da www.info.roma.it)
Secondo le cronache seicentesche di Antonio Valena, uno dei pronipoti di Giandomenico sposò, nei primi anni del secolo, la giovane nobildonna Costanza Conti, famosa per la sua bellezza e soprattutto per quella delle sue mani, graziose e delicate. In un'epoca in cui i social network e gli allegati multimediali non esistevano ancora, un semplice ma pur sempre efficiente passaparola bastò a rendere quelle mani famosissime, al punto che l'artista Bastiano, che aveva il suo studio in via dei Serpenti (ed era pertanto chiamato "Bastiano alli Serpenti") volle fare un calco in gesso di una di esse ed esporlo nella sua bottega, sopra un prezioso cuscino di velluto. Grande era la folla che, non potendo ammirare di persona le mani della donna, si recava a contemplare almeno la loro fedele riproduzione. Un giorno anche un frate domenicano, predicatore in San Pietro in Vincoli, passando da quelle parti rimase affascinato da tanto splendore e commentò l'opera dicendo che quella mano era così bella, che se fosse stata di una persona reale avrebbe corso il rischio, per gelosia, di essere tagliata da qualcuno! La frase divenne celebre, e arrivò anche alle orecchie di Costanza, che effettivamente era la "persona reale" in questione! La donna ne rimase molto impressionata, soprattutto per il fatto che era stato un frate a pronunciarla, e lei, fortemente religiosa, si convinse che aver accettato di far realizzare il calco della sua mano, fosse stato un grave peccato di vanità. Per espiare questa colpa e per timore della predizione, decise di rinchiudersi nel suo palazzo. Precauzione inutile, perché un giorno, mentre era intenta a ricamare, si punse un dito con l'ago; la ferita si infettò, e il dito iniziò ad andare in cancrena, finché i medici non furono costretti ad amputarle la mano ormai deforme. Forse a causa del dolore per quella perdita, forse, più probabilmente, a causa di una setticemia conseguente all'amputazione, la bella Costanza morì poco dopo. La sua mano, nelle notti di luna piena continua ad apparire, pallida e bellissima, dietro uno dei vetri al primo piano dell'antico palazzo, lungo via di S. Maria dell'Anima. Il fantasma della donna, invece, sembra appaia lungo i muri della strada: secondo alcuni tenta invano di ricongiungersi alla sua mano, mentre per altri cerca semplicemente di vivere la vita che, dopo la segregazione in casa, non ha mai vissuto.
Negli anni a seguire, il palazzo continuò comunque ad essere celebre: infatti i de Cupis affittarono l'immobile a vari personaggi, sempre altolocati, e il diarista Spada ci racconta che tra questi, il principe Bozzolo, amante del gioco, lo trasformò, nella prima metà del XVII secolo, in una sorta di bisca clandestina. A confermarlo è anche un Avviso di Roma ufficiale:
Erasi da molti anni introdotto in Roma un abuso assai pregiuditievole al Buon Governo, et era che gli Ambasciatori Regi facevano tenere gioco pubblico o biscazza con darne gli utili ad alcuni famigliari, che l’affittavano poi ad altri per somme assai considerabili, onde nasceva che molti artisti, dediti al gioco, abbandonavano l’arte, vendevano tutti gli arnesi di casa et ornamenti delle mogli loro. Altri commettevano furti, anche qualificati, con sacrilegio, per fare in qualunque modo danari per giocare, et in capo all’anno tutto ciò che perdevano con la rovina delle proprie mani, andava in mano ai biscazzieri. Et essendo stato tollerato quest’abuso forse senza saputa dei Padroni, non poté fare a meno il governatore di dar conto che il Principe di Bozzolo, ambasciatore Imperiale, haveva aperto gioco in piazza Navona, nella casa dei de Cupis, dove egli habitava, il che pareva tanto maggior scandalo, in quanto che il sito era pubblico. Diede perciò ordine che fossero carcerati quelli che vi andavano a giocare e fu prontamente eseguito con qualche amaretudine del Sig. Ambasciatore, che si doleva della partialità, cioè che fosse tollerato ad altri quello che con tanto rigore si negava a lui. Promise non di meno di levar il gioco; ma vedendo che non si prendeva rimedio quanto agli altri, conforme gli era stato promesso, tornò anch’egli a far giocare, ma con segretezza.
Prima di estinguersi, i de Cupis si imparentarono con gli Ornani, che nel 1817 vendettero ai Tuccimei una porzione del palazzo. In breve tempo, ila famiglia finì per acquisire tutto il palazzo .Oggi una sola Tuccimei è rimasta ad abitare una parte dell'edificio.
Testina di marmo nel muro di palazzo
de Cupis, lato Piazza Navona
Osservando il lato del palazzo affacciato su Piazza Navona, è possibile scoprire ancora un'altra storia...!
Guardando bene infatti, si nota una piccola testa di marmo bianco che sporge dal muro. Per alcuni sarebbe semplicemente la testa di un fantasma, ma in realtà la leggenda popolare racconta che nel Cinquecento papa Sisto V fosse solito accantonare i suoi abiti pontifici per mescolarsi alla folla e spiare cosa la gente pensasse realmente di lui. Un giorno, fermatosi in un' osteria in piazza Navona, ebbe modo di sentire, da parte dell'oste, parole molto poco lusinghiere nei propri confronti. Il povero oste fu fatto subito decapitare. I bottegai della piazza, in ricordo dell'episodio e dell'oste, vollero porre la testina sul muro. E oggi la testa è ancora lì: qualcuno pensa che voglia essere un ammonimento a non parlare in modo sconsiderato. E se invece ci volesse ricordare il coraggio di chi è morto pur di non rinunciare alla libertà di espressione? Punti di vista...