martedì 26 febbraio 2013

saltimbocca alla romana

Nonostante qualcuno metta in dubbio che l'origine del piatto sia romana al 100%, l'aver accompagnato generazioni e generazioni di Romani a tavola, nei pranzi domenicali o durante la settimana, in casa o in trattoria, fa rientrare sicuramente i gloriosi saltimbocca nell'elenco dei piatti tradizionali della Capitale! La preparazione è rapida e semplicissima, ma il risultato è degno dei migliori gourmet!
Prendiamo delle fettine di vitello non troppo grandi e piuttosto sottili. Battiamole per rendere la carne più tenera e, una volta spianate, disponiamoci sopra una fettina di prosciutto e una bella foglia di salvia lavata e asciugata. Il prosciutto non deve essere eccessivamente sottile: in caso mettetelo doppio. Fermiamo il tutto con uno stuzzicadenti lasciando però la fettina distesa (non va creato un involtino. Qualcuno lo fa, ma... orrore!!!). Sciogliere in padella una noce di burro e disporre quindi le fettine a cuocere a fuoco vivace, iniziando dal lato con il prosciutto e facendo bene attenzione che non cuocia troppo: il prosciutto tende ad avvizzire rapidamente! Quindi giriamo e continuiamo la cottura, aggiungendo un pizzico di sale (la quantità dipende dal tipo di prosciutto usato. Non aggiungetelo prima della cottura, altrimenti la carne si indurisce!) e una macinata di pepe. Togliere la carne dalla padella adagiandola su un piatto da portata. Versare nella padella mezzo bicchiere di vino bianco secco (ok, nella ricetta originale si usa un po' d'acqua... ma così è più gustoso!) e si fa evaporare staccando il fondo di cottura con un cucchiaio di legno (oggi con le padelle antiaderenti non avremo esattamente il risultato di una volta...!). Si aggiunge a questo punto un altro pezzetto di burro, facendolo sciogliere. La salsetta così formata andrà ovviamente a ricoprire le nostre gustose fettine, che... ci salteranno in bocca senza troppi complimenti! Buon appetito...
Sai che a Roma... se magna?
SALTIMBOCCA ALLA ROMANA
Nonostante qualcuno metta in dubbio che l'origine del piatto sia romana al 100%, l'aver accompagnato generazioni e generazioni di Romani a tavola, nei pranzi domenicali o durante la settimana, in casa o in trattoria, fa rientrare sicuramente i gloriosi saltimbocca nell'elenco dei piatti tradizionali della Capitale! La preparazione è rapida e semplicissima, ma il risultato è degno dei migliori gourmet!
Prendiamo delle fettine di vitello non troppo grandi e piuttosto sottili. Battiamole per rendere la carne più tenera e, una volta spianate, disponiamoci sopra una fettina di prosciutto e una bella foglia di salvia lavata e asciugata. Il prosciutto non deve essere eccessivamente sottile: in caso mettetelo doppio. Fermiamo il tutto con uno stuzzicadenti lasciando però la fettina distesa (non va creato un involtino. Qualcuno lo fa, ma... orrore!!!). Sciogliere in padella una noce di burro e disporre quindi le fettine a cuocere a fuoco vivace, iniziando dal lato con il prosciutto e facendo bene attenzione che non cuocia troppo: il prosciutto tende ad avvizzire rapidamente! Quindi giriamo e continuiamo la cottura, aggiungendo un pizzico di sale (la quantità dipende dal tipo di prosciutto usato. Non aggiungetelo prima della cottura, altrimenti la carne si indurisce!) e una macinata di pepe. Togliere la carne dalla padella adagiandola su un piatto da portata. Versare nella padella mezzo bicchiere di vino bianco secco (ok, nella ricetta originale si usa un po' d'acqua... ma così è più gustoso!) e si fa evaporare staccando il fondo di cottura con un cucchiaio di legno (oggi con le padelle antiaderenti non avremo esattamente il risultato di una volta...!). Si aggiunge a questo punto un altro pezzetto di burro, facendolo sciogliere. La salsetta così formata andrà ovviamente a ricoprire le nostre gustose fettine, che... ci salteranno in bocca senza troppi complimenti! Buon appetito...

Il Lungotevere "ammortizzato"

In pochi lo sanno, ma un tratto del Lungotevere della Farnesina, quello compreso tra ponte Mazzini e ponte Sisto, è stato oggetto di un pionieristico intervento di ristrutturazione, volto a preservare la prospiciente Villa della Farnesina dalle nocive vibrazioni prodotte dal traffico. Il sistema che fu ideato è in funzione ancora oggi, perfettamente funzionante! Vediamo di cosa si tratta.
A partire dal secondo dopoguerra, il Lungotevere vide un consistente incremento del traffico, con il transito della gran parte dei veicoli provenienti dall'Aurelia. In particolare, passavano da lí pesanti autotreni che trasportavano laterizi e nafta dalla Toscana. A causa delle vibrazioni provocate dal traffico, nell'autunno del 1953, in pochi giorni, due grossi pezzi di mensoloni di peperino (del peso di circa 35 kg l'uno) caddero dal cornicione della Villa della Farnesina, cinquecentesca dimora realizzata da Baldassarre Peruzzi e sede dell'Accademia dei Lincei. Negli stessi giorni, una grossa crepa si aprí, all'interno della villa stessa, nella volta della Sala di Galatea, affrescata da Raffaello. A questo punto, l'Accademia stessa decise di intervenire per preservare l'edificio e i preziosi dipinti. Il matematico e ingegnere, nonchè accademico dei Lincei, Gustavo Colonnetti, fu messo a capo di una commissione che doveva occuparsi di studiare le sollecitazioni a cui la villa era soggetta e di ideare una soluzione. Dopo un'accurata analisi, il Colonnetti propose, nel 1959, un sistema semplice e geniale allo stesso tempo: piuttosto che intervenire sull'edificio, l'ingegnere pensó di agire alla fonte, cercando di ridurre al massimo la propagazione delle vibrazioni. Per fare questo ideó una soluzione in cui la sede stradale, formata da un graticcio di cemento armato, si appoggiava a una serie di cuscinetti elastici, in gomma. Questi, a loro volta, poggiavano su un'ulteriore soletta di cemento armato, direttamente connessa al terreno. Tale struttura inoltre, distava dal marciapiede 5 cm, in modo tale da poter oscillare senza trasmettere ad esso il movimento, che così non avrebbe raggiunto la villa della Farnesina. Il progetto peró, a causa dei soliti, italianissimi problemi burocratici, fu realizzato solo nel 1971, ad opera del Comune. Nel frattempo, alcuni frammenti del prezioso affresco di Raffaello avevano iniziato a staccarsi, ed era stato necessario addirittura predisporre una rete che impedisse ai frammenti di schiantarsi al suolo polverizzandosi. Dall'avvio dei lavori, furono sufficienti solo quattro mesi perchè l'opera venisse completata. Il risultato fu addirittura superiore alle aspettative, con una riduzione dell'ampiezza delle vibrazioni dell'80% circa. Le rare soluzioni analoghe, erano state adottate solo per strutture di nuova realizzazione. Per la prima volta, in nome della salvaguardia di un monumento, si procedette alla ristrutturazione di una strada. 
Qualche numero: i lavori interessarono un tratto di strada lungo m 64,52, per una larghezza di m 13,5. La profondità di intervento raggiunse m 1,65. I lavori furono realizzati separatamente sulle due semicarreggiate: ognuna delle due pesava circa 400 tonnellate e poggiava su 1000 tamponi di gomma che, essendo riparati dal sole diretto, furono ritenuti indefinitivamente affidabili. Le due testate furono collegate agli altri segmenti della strada tramite giunti da ponte. Il costo dell'opera fu di circa 50.000 lire al metro quadro. 
L'efficacia dell'opera, misurata dall'ENEA con mezzi ben piú sofisticati, puó essere provata anche empiricamente recandosi sul posto e tenendo un piede sulla sede stradale e un piede sul marciapiede mentre passa un qualsiasi mezzo pesante.
Di fronte a tanto ingegno e tanta maestria, quello che è inevitabile domandarsi, a questo punto, è perché questa soluzione non sia stata e non sia adottata anche per i numerosi altri monumenti di Roma che continuano a deteriorarsi a causa del traffico. Ma, si sa, in tema di opere pubbliche è meglio non porsi domande razionali!


pasta e broccoli alla romana


Una ricetta tipica romana è quella di PASTA E BROCCOLI, fatta rigorosamente con il broccolo romanesco, che è quello con i fiori a punta, di colore verde chiaro.
Servono 50 g di prosciutto crudo (anche la parte grassa, non iniziate a fare gli schizzinosi!), da fare a pezzettini e da unire a due spicchi d'aglio in un bel soffrittino (con olio, anche se una volta, perché lo sappiate, si usava lo strutto...). Appena l'aglio prende il minimo colore, toglietelo subito. Quindi unite i fiori del broccolo lavati, asciugati e tagliati a pezzetti, facendo insaporire per qualche minuto. Ora si aggiungono 30g di passata di pomodoro e si aggiusta di sale e pepe. Ci si potrebbe fermare qui, ma a Roma amiamo i sapori decisi... quindi la tradizione prevede anche l'aggiunta di 150g di cotiche già cotte e tagliate a listarelle. Si cuoce il tutto finché il broccolo non è pronto. Intanto si cuoce la pasta, che andrà scolata al dente e condita con il sugo e una bella spolverata di pecorino.
Nella ricetta originale, la pasta viene cotta usando il brodo, sgrassato, in cui erano state lessate le cotiche. Decidete voi...!

martedì 19 febbraio 2013

La mano dietro il vetro

Palazzo Tuccimei, già Ornani, già de Cupis
Visitando piazza Navona, tra le tante meraviglie presenti, si rischia di non prestare attenzione a Palazzo Tuccimei (ex de Cupis), il cui lato posteriore è visibile a destra della chiesa di sant'Agnese (guardando la facciata). L'edificio oggi ospita un bar-ristorante piuttosto in voga, ma una volta, nel Settecento e nell'Ottocento, qui aveva sede un famoso teatro dei burattini, il teatro Ornani (poi Emiliani), con le rappresentazioni dei pupi siciliani, che a Roma venivano dette infornate.
La nascita del palazzo, però, risale al XVI secolo, quando Giandomenico de Cupis (nominato cardinale nel 1517) ampliò le proprietà che la famiglia aveva nell'area di piazza Navona già dal secolo precedente (quando da Montefalco si era trasferita a Roma), formando così l'attuale complesso. Lo stemma della famiglia de Cupis, caratterizzato da un ariete rampante, è ancora visibile sulla facciata del palazzo prospiciente via S. Maria dell'Anima, scolpito a bassorilievo sul grande portale bugnato.
Stemma della famiglia de Cupis
(foto da www.info.roma.it)
Secondo le cronache seicentesche di Antonio Valena, uno dei pronipoti di Giandomenico sposò, nei primi anni del secolo, la giovane nobildonna Costanza Conti, famosa per la sua bellezza e soprattutto per quella delle sue mani, graziose e delicate. In un'epoca in cui i social network e gli allegati multimediali non esistevano ancora, un semplice ma pur sempre efficiente passaparola bastò a rendere quelle mani famosissime, al punto che l'artista Bastiano, che aveva il suo studio in via dei Serpenti (ed era pertanto chiamato "Bastiano alli Serpenti") volle fare un calco in gesso di una di esse ed esporlo nella sua bottega, sopra un prezioso cuscino di velluto. Grande era la folla che, non potendo ammirare di persona le mani della donna, si recava a contemplare almeno la loro fedele riproduzione. Un giorno anche un frate domenicano, predicatore in San Pietro in Vincoli, passando da quelle parti rimase affascinato da tanto splendore e commentò l'opera dicendo che quella mano era così bella, che se fosse stata di una persona reale avrebbe corso il rischio, per gelosia, di essere tagliata da qualcuno! La frase divenne celebre, e arrivò anche alle orecchie di Costanza, che effettivamente era la "persona reale" in questione! La donna ne rimase molto impressionata, soprattutto per il fatto che era stato un frate a pronunciarla, e lei, fortemente religiosa, si convinse che aver accettato di far realizzare il calco della sua mano, fosse stato un grave peccato di vanità. Per espiare questa colpa e per timore della predizione, decise di rinchiudersi nel suo palazzo. Precauzione inutile, perché un giorno, mentre era intenta a ricamare, si punse un dito con l'ago; la ferita si infettò, e il dito iniziò ad andare in cancrena, finché i medici non furono costretti ad amputarle la mano ormai deforme. Forse a causa del dolore per quella perdita, forse, più probabilmente, a causa di una setticemia conseguente all'amputazione, la bella Costanza morì poco dopo. La sua mano, nelle notti di luna piena continua ad apparire, pallida e bellissima, dietro uno dei vetri al primo piano dell'antico palazzo, lungo via di S. Maria dell'Anima. Il fantasma della donna, invece, sembra appaia lungo i muri della strada: secondo alcuni tenta invano di ricongiungersi alla sua mano, mentre per altri cerca semplicemente di vivere la vita che, dopo la segregazione in casa, non ha mai vissuto.
Negli anni a seguire, il palazzo continuò comunque ad essere celebre: infatti i de Cupis affittarono l'immobile a vari personaggi, sempre altolocati, e il diarista Spada ci racconta che tra questi, il principe Bozzolo, amante del gioco, lo trasformò, nella prima metà del XVII secolo, in una sorta di bisca clandestina. A confermarlo è anche un Avviso di Roma ufficiale:
Erasi da molti anni introdotto in Roma un abuso assai pregiuditievole al Buon Governo, et era che gli Ambasciatori Regi facevano tenere gioco pubblico o biscazza con darne gli utili ad alcuni famigliari, che l’affittavano poi ad altri per somme assai considerabili, onde nasceva che molti artisti, dediti al gioco, abbandonavano l’arte, vendevano tutti gli arnesi di casa et ornamenti delle mogli loro. Altri commettevano furti, anche qualificati, con sacrilegio, per fare in qualunque modo danari per giocare, et in capo all’anno tutto ciò che perdevano con la rovina delle proprie mani, andava in mano ai biscazzieri. Et essendo stato tollerato quest’abuso forse senza saputa dei Padroni, non poté fare a meno il governatore di dar conto che il Principe di Bozzolo, ambasciatore Imperiale, haveva aperto gioco in piazza Navona, nella casa dei de Cupis, dove egli habitava, il che pareva tanto maggior scandalo, in quanto che il sito era pubblico. Diede perciò ordine che fossero carcerati quelli che vi andavano a giocare e fu prontamente eseguito con qualche amaretudine del Sig. Ambasciatore, che si doleva della partialità, cioè che fosse tollerato ad altri quello che con tanto rigore si negava a lui. Promise non di meno di levar il gioco; ma vedendo che non si prendeva rimedio quanto agli altri, conforme gli era stato promesso, tornò anch’egli a far giocare, ma con segretezza.
Prima di estinguersi, i de Cupis si imparentarono con gli Ornani, che nel 1817 vendettero ai Tuccimei una porzione del palazzo. In breve tempo, ila famiglia finì per acquisire tutto il palazzo .Oggi una sola Tuccimei è rimasta ad abitare una parte dell'edificio.
Testina di marmo nel muro di palazzo
de Cupis, lato Piazza Navona
Osservando il lato del palazzo affacciato su Piazza Navona, è possibile scoprire ancora un'altra storia...!
Guardando bene infatti, si nota una piccola testa di marmo bianco che sporge dal muro. Per alcuni sarebbe semplicemente la testa di un fantasma, ma in realtà la leggenda popolare racconta che nel Cinquecento papa Sisto V fosse solito accantonare i suoi abiti pontifici per mescolarsi alla folla e spiare cosa la gente pensasse realmente di lui. Un giorno, fermatosi in un' osteria in piazza Navona, ebbe modo di sentire, da parte dell'oste, parole molto poco lusinghiere nei propri confronti. Il povero oste fu fatto subito decapitare. I bottegai della piazza, in ricordo dell'episodio e dell'oste, vollero porre la testina sul muro. E oggi la testa è ancora lì: qualcuno pensa che voglia essere un ammonimento a non parlare in modo sconsiderato. E se invece ci volesse ricordare il coraggio di chi è morto pur di non rinunciare alla libertà di espressione? Punti di vista...

domenica 10 febbraio 2013

Il fantasma De Marchettis: perversioni Settecentesche

Intorno alla metà del Settecento, viveva nella zona di Monteverde Vecchio, in via di San Calepodio, un uomo bellissimo, colto e anche nobile: il marchese De Marchettis (ok, il nome magari era un po' buffo, con quest'eccesso di allitterazione...!).  Luca, questo il nome del nobiluomo, era un solitario, ma aveva l'abitudine di travestirsi da popolano e mescolarsi tra i suoi concittadini senza farsi riconoscere. Spesso prendeva parte alle feste rionali che si organizzavano a Trastevere e un po' in tutta Roma, e per un uomo così affascinante e colto, era facile sedurre le giovani fanciulle che vi prendevano parte....! Col tempo però, quello che era iniziato come un semplice vezzo, iniziò a virare sempre più verso la perversione: le donne venivano condotte nella sua splendida villa sul Gianicolo e lì, volenti o nolenti, si trovavano a partecipare a festini sempre più particolari... Nella Roma papalina e bacchettona del XVIII secolo, la segretezza di queste attività era fondamentale, soprattutto per un nobile come il Marchese... La soluzione più sicura, apparve ben presto al De Marchettis quella di mettere a tacere per sempre le vittime dei suoi giochi erotici. Sembra che i corpi delle ignare vittime, venissero poi fatti sparire attraverso un passaggio segreto che conduceva ai boschi allora presenti intorno alla villa. Anche il marchese però, di questa perversione era vittima: egli si rendeva perfettamente conto dell'orrore dei crimini che commetteva e ne sentiva fortemente il rimorso. Nonostante questo, non riusciva a fare a meno di continuare, e continuare... sempre di più. Sempre più spesso. Disperato, e ormai convinto di essere posseduto dal demonio,  decise infine di sottoporsi ad un esorcismo. Furono necessari tre uomini per riuscire a bloccarlo sul letto, ma finalmente il prete poté iniziare. Le cose però presero una piega molto diversa dal previsto: un errore nella formula dell'esorcismo, la fede poco salda del sacerdote... chissà... Accadde però che una forza soprannaturale fece divincolare il marchese dalle braccia di chi cercava di contenerlo; egli si diresse verso la finestra aperta gridando "Tornerò!" e si lanciò nel vuoto, schiantandosi al suolo con un tonfo. Tutti i vicini testimoniarono di aver sentito quel grido e quell'agghiacciante rumore sordo.
Si dice che ancora oggi il fantasma di Luca De Marchettis passeggi, di notte, per via di San Calepodio, vestito inappuntabilmente in smoking oppure avvolto in un ampio mantello, tanto che alcuni abitanti del luogo si rifiutano di passare in quella strada, dopo che ha fatto buio. Egli rientrerebbe poi nella villa (che dal 1981 proprietà comunale, ma in totale stato di abbandono). Dall'edificio pare che provengano strane voci e rumori sinistri, mentre dalle finestre, specialmente quella dello studio del Marchese e quella del bagno, si vedono bagliori intermittenti. Anche la polizia, in alcune occasioni, è stata chiamata a intervenire. Infine, lo spettro si lancerebbe ancora dalla finestra, continuando ogni volta a produrre quel tonfo sordo che fa gelare il sangue!
Non si hanno notizie sulla tomba dell'aristocratico De Marchettis, ma si dice che essa si trovi in un antro sotterraneo nascosto in villa Pamphili, e ancora oggi c'è chi esplora il parco in cerca di questo sepolcro. 
Come capita frequentemente nei luoghi interessati da vicende così sinistre, la villa è diventata meta per molti appassionati di esoterismo (ecco forse spiegati i rumori e le luci...). Qualcuno ha anche raccontato di aver esplorato i sotterranei della villa e di aver percorso una parte del passaggio segreto usato per occultare i corpi delle ragazze uccise. E la leggenda vuole che in quelle gallerie si possa assistere a eventi inspiegabili, come l'assenza di eco e la mancata rifrazione della luce. Chissà perché, però, il "qualcuno" coraggioso esploratore, non ha mai un nome!

giovedì 7 febbraio 2013

La casa del diavolo

A Roma la "casa del diavolo" non è solo un modo di dire per indicare una località sperduta e difficilmente raggiungibile! A Roma il diavolo, per gli esperti di esoterismo, ha un indirizzo preciso e una casa blasonata: si tratta di Villa Manzoni, al civico 471 di via Cassia.
Ci troviamo al V miglio dell'antica via Clodia, che in questo tratto coincide con l'attuale Cassia, tra alcuni  ruderi di pertinenza della villa di Lucio Vero, anticamente famosa per la sua sontuosità.
La villa con il suo ampio giardino ha in effetti molte delle caratteristiche che si addicono a un luogo maledetto, non ultimo il fatto di essere individuata dagli occultisti come una delle Nove Porte dell'Inferno (se non addirittura, come si diceva, la dimora di Satana), cioè uno dei luoghi di comunicazione attraverso i quali il mondo infernale e le anime dei dannati possono mettersi in comunicazione con il mondo dei vivi. Per anni, i pochi intrepidi visitatori notturni della villa, ne sono usciti con racconti assolutamente terrificanti, per quanto un po' confusi! Essi riguardano apparizioni strane, poltergeist (manifestazioni violente e rumorose), distorsioni prospettiche inspiegabili e, ovviamente, gli immancabili lamenti con annessi cigolii di catene provenienti dall'interno dei muri. Nè mancano racconti di quadri dipinti da mano folle e di strani altari.
La villa fu edificata dall'architetto Armando Brasini tra il 1925 e il 1928, su commissione dei conti Manzoni, che a differenza di quanto spesso riportato, non sono i discendenti del celebre scrittore, in quanto provengono da un ramo della dinastia che già molto prima dell'Ottocento si era distaccato e si era stanziato nella Bassa Ravennate. A ben vedere, la scelta dell'architetto sembra già racchiudere il futuro destino della villa; il Brasini infatti aveva fama di architetto maledetto, a causa delle sue realizzazioni che seguivano dettami un po' megalomani (suoi anche il ponte Flaminio e l'ingresso al Giardino Zoologico-Bioparco). Abbandonata precocemente dai loro proprietari, la villa venne acquisita dall'INPDAI, rimanendo abbandonata per anni (mai che si acquisisse qualcosa di cui si ha bisogno!) e vedendo quindi il fiorire di molte storie e leggende. Essa divenne presto uno dei luoghi più frequentati dai satanisti della Capitale, con la celebrazione di spaventose messe nere e sanguinosi sacrifici (resti di animali si trovavano a volte appesi al cancello della villa), tanto che durante le retate, perfino le forze di polizia, a quanto si racconta, piuttosto che entrare in quel luogo sinistro, preferivano circondare la zona e aspettare che i sabba fossero terminati, arrestando i partecipanti solo all'uscita dalla villa.  
A voler tornare più indietro nel tempo, ci si accorge che la serra della villa sorge su una collinetta percorsa da antiche gallerie sotterranee. Si dice che esse conducano alla necropoli di Veio, costituendo per i vetusti fantasmi una perfetta via di collegamento verso la villa. 
Alla fama del luogo hanno contribuito anche alcuni tragici incidenti, come la morte di due operai che stavano lavorando al recupero dell'edificio, o ancora il suicidio di un frate del vicino istituto Bona Crux. Inoltre, nel 1960, la villa fu scelta da Totò come set cinematrografico per il film "noi duri", con il commissario Bombardoni interpretato da Fred Buscaglione. Le riprese durarono 3 giorni. Solo una settimana dopo, il cantante morì in un incidente stradale.
Nel 2003 la proprietà fu acquistata da una multinazionale americana (Carlyle Group) di cui faceva parte niente meno che l'ex presidente americano George Bush senior (non a caso si dice che il luogo è satanico...!), ma sembra che durante i sopralluoghi, strani fenomeni abbiano fatto scappare a gambe levate i nuovi acquirenti.
Dal 2007 la Villa è sede dell'ambasciata del Kazakistan: probabilmente gli ignari kazaki non sono stati informati sulla fama del luogo...!



sabato 2 febbraio 2013

Il vento in piazza, e il diavolo in chiesa!

Chiesa del Santissimo Nome di Gesù,
o chiesa del Gesù.
A Roma piazza del Gesù è famosa soprattutto per la presenza della Chiesa del Santissimo Nome di Gesù (1568-1584, costruita dal Vignola, con facciata di Giacomo Della Porta) e di Palazzo Altieri (metà XVII, opera dell'architetto Giovanni Antonio De Rossi). Ma un ulteriore motivo di notorietà le deriva dalla presenza pressoché costante di un venticello dispettoso e tagliente (ma in estate anche piuttosto piacevole...). Secondo una leggenda un tempo molto conosciuta, e narrata anche da Stendhal, un giorno il vento e il diavolo passeggiavano insieme per la città. Arrivati nella piazza, passando di fronte alla chiesa del Gesù, il diavolo chiese al vento di aspettarlo, perchè aveva una faccenda da sbrigare dentro la chiesa. Da quel giorno, il vento è ancora lì che aspetta l'uscita del suo compagno. Che fine ha fatto il diavolo? Due le possibili interpretazioni, molto diverse tra loro: la prima esprimerebbe un duro dissenso nei confronti del potentissimo Ordine gesuita che officia la chiesa, dando ad intendere che il diavolo è rimasto nella chiesa a fare comunella i Gesuiti, trovandosi con loro talmente a proprio agio da dimenticare anche il suo amico. La seconda interpretazione , invece, chiamerebbe in causa l'intensa attività missionaria e di conversione in cui i Gesuiti sono impegnati fin dalla loro nascita (assieme a quella dell'insegnamento). Il diavolo quindi, sarebbe rimasto all'interno della chiesa dopo essersi convertito al cristianesimo!
La spiegazione scientifica della ventosità della piazza, consiste invece nel fatto che essa si trova nel punto di confluenza di cinque importanti assi viari: via d'Aracoeli, che arriva dritta dal Campidoglio, via del Gesù, corso Vittorio Emanuele II, via Celsa e infine via del Plebiscito.
Scegliete pure la spiegazione che più vi piace, ma quando passate dalla piazza, ricordatevi di portare una sciarpetta!